venerdì 8 aprile 2011

J. L. B.

Normalmente non lo faccio, ma questa volta è diverso. Vorrei parlare di un libro che ho letto, ovvero L’Aleph di Borges. Si è trattato di un incontro casuale: sono salita in mansarda, dove abbiamo la libreria, a cercare un libro da leggere e lì l’ho visto. Un libricino piuttosto piccolo, bianco, che non sapevo di avere (e infatti non era nostro).
Una raccolta di racconti, un tipo di lettura che solitamente non amo, ma mi era rimasto in mente una cosa che mi era stata detta tempo fa da un’amica: “Il racconto che hai scritto mi ricorda Borges”, e così ho voluto provare.
Come ogni volta che leggo un libro composto da racconti la storia è stata la stessa: ce ne sono alcuni semplicemente meravigliosi e ce ne sono altri che dicono ben poco, ma chiuso il libro di Borges ho sentito qualcosa di diverso in me -splendidamente, è la stessa sensazione che prova il protagonista alla fine del racconto che dà il nome al libro-  e la cosa non mi capitava da un sacco di tempo.
Avrei voluto copiarvi dei pezzi, ma purtroppo il libro è tornato alla sua legittima proprietaria e quindi posso rendervi partecipe dell’unica parte che ho avuto la prontezza di copiare mentre stavo leggendo.


 
“Avevo compreso da tempo che non c’è cosa al mondo che non sia germe di un Inferno possibile; un volto, una parola, una bussola, una pubblicità di sigarette, potrebbero render pazza una persona, se questa non riuscisse a dimenticarli.”



 

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