venerdì 22 aprile 2011

La teoria della mancanza di memoria.


Negli ultimi tempi, con somma tristezza, mi sono resa conto che la gente non si ricorda di me.
Mi succede sempre più spesso che la gente mi si presenti più volte, andando da un minimo di due ad un massimo di quattro/cinque, il che sinceramente comincia ad essere davvero fastidioso, soprattutto per me che mi ricordo sempre di tutti e che mi ripresento solo perché non ricordo se quella persona l’ho conosciuta realmente o se semplicemente l’ho beccata un paio di volte sui mezzi.
Ok, io sono un caso particolare, ma quando tutti ti si ripresentano diverse volte significa che evidentemente sei un po’ insignificante.

All’inizio la cosa era un po’ deprimente, ma poi mi sono resa conto che a non ricordarsi di me sono soltanto gli uomini. E vista la fatica che faccio a farmi guardare in faccia quando sono un minimo scollata, direi che probabilmente il motivo è che si concentrano sulle tette e si dimenticano il viso.

Quindi la mia teoria è che la probabilità che si ricordino del tuo viso è inversamente proporzionale alla dimensione delle tue tette.

Che poi ok, effettivamente è una rottura, ma a pensarci bene il fatto che la gente non si ricordi di te (tranne i pazzi che ti perseguitano, ovviamente) può essere un vantaggio.
Potrei fare la serial killer.
Mi immagino già i testimoni oculari: “Sì, era una donna, ma non ricordo altro.” “Ma l’ha vista?” “Sì, ho dei vaghi ricordi, ma niente. Mi spiace agente.”

Ora, se non vi dispiace, vado ad arruolarmi come Man In Black.

mercoledì 13 aprile 2011

Abbronzature e ombrelli.

Oggi sono andata in università a studiare. Niente di nuovo insomma.
Se non fosse per il fatto che mi sono costretta ad andare in giro in canottiera perché se no mi rimane (è già rimasto in realtà, è bastata mezzora al sole) il segno dell’abbronzatura all’altezza della manica corta e mi rimane per anni.
E proprio non capisco come sia possibile visto che l’abbronzatura mi dura una settimana. È bianco il braccio, è bianca la spalla, ma per qualche motivo ho il segno.
Ovviamente, l’unico giorno in cui non mi porto dietro nemmeno una giacchetta, comincia a diluviare. OVVIO.
Dall’università alla metro sono pochi passi, dalla metro a Cadorna non c’è neanche bisogno di prendere acqua. Il problema è un altro: casa mia dista 2 km dalla stazione. E io sono a piedi.
Allora, memore delle broncopolmoniti che mi sono presa in occasioni come queste, ho deciso di comprare uno di quegli ombrellini che vendono gli ombrellai improvvisati che compaiono magicamente agli angoli delle strade quando comincia a piovere.
Ovviamente a cinque euro anziché a tre perché nessuno se lo aspettava quel temporale.
Lo compro perché, oltre alla minaccia della broncopolmonite, c’era pure la paura di finire a fare Miss Maglietta Bagnata in giro per le malfamate strade della Brianza.
No perché è già successo.
Fatto sta che quest’ombrellino del cacchio mi si è rotto a due metri dalla metropolitana, a neanche 10 minuti di strada da dove l’avevo preso.
Maddddico.
Ero davvero tentata dal tornare indietro a protestare con l’ombrellaio.
Ma poi temevo la figuraccia da occidentale razzista: conoscendomi avrei fermato un tizio di colore a caso e avrei cominciato a lamentarmi, scoprendo dopo un quarto d’ora che questo era un avvocato francese in vacanza che passava di lì per caso.
 
E poi come glielo spiego che a me sembrano tutti uguali?

venerdì 8 aprile 2011

J. L. B.

Normalmente non lo faccio, ma questa volta è diverso. Vorrei parlare di un libro che ho letto, ovvero L’Aleph di Borges. Si è trattato di un incontro casuale: sono salita in mansarda, dove abbiamo la libreria, a cercare un libro da leggere e lì l’ho visto. Un libricino piuttosto piccolo, bianco, che non sapevo di avere (e infatti non era nostro).
Una raccolta di racconti, un tipo di lettura che solitamente non amo, ma mi era rimasto in mente una cosa che mi era stata detta tempo fa da un’amica: “Il racconto che hai scritto mi ricorda Borges”, e così ho voluto provare.
Come ogni volta che leggo un libro composto da racconti la storia è stata la stessa: ce ne sono alcuni semplicemente meravigliosi e ce ne sono altri che dicono ben poco, ma chiuso il libro di Borges ho sentito qualcosa di diverso in me -splendidamente, è la stessa sensazione che prova il protagonista alla fine del racconto che dà il nome al libro-  e la cosa non mi capitava da un sacco di tempo.
Avrei voluto copiarvi dei pezzi, ma purtroppo il libro è tornato alla sua legittima proprietaria e quindi posso rendervi partecipe dell’unica parte che ho avuto la prontezza di copiare mentre stavo leggendo.


 
“Avevo compreso da tempo che non c’è cosa al mondo che non sia germe di un Inferno possibile; un volto, una parola, una bussola, una pubblicità di sigarette, potrebbero render pazza una persona, se questa non riuscisse a dimenticarli.”