mercoledì 13 aprile 2011

Abbronzature e ombrelli.

Oggi sono andata in università a studiare. Niente di nuovo insomma.
Se non fosse per il fatto che mi sono costretta ad andare in giro in canottiera perché se no mi rimane (è già rimasto in realtà, è bastata mezzora al sole) il segno dell’abbronzatura all’altezza della manica corta e mi rimane per anni.
E proprio non capisco come sia possibile visto che l’abbronzatura mi dura una settimana. È bianco il braccio, è bianca la spalla, ma per qualche motivo ho il segno.
Ovviamente, l’unico giorno in cui non mi porto dietro nemmeno una giacchetta, comincia a diluviare. OVVIO.
Dall’università alla metro sono pochi passi, dalla metro a Cadorna non c’è neanche bisogno di prendere acqua. Il problema è un altro: casa mia dista 2 km dalla stazione. E io sono a piedi.
Allora, memore delle broncopolmoniti che mi sono presa in occasioni come queste, ho deciso di comprare uno di quegli ombrellini che vendono gli ombrellai improvvisati che compaiono magicamente agli angoli delle strade quando comincia a piovere.
Ovviamente a cinque euro anziché a tre perché nessuno se lo aspettava quel temporale.
Lo compro perché, oltre alla minaccia della broncopolmonite, c’era pure la paura di finire a fare Miss Maglietta Bagnata in giro per le malfamate strade della Brianza.
No perché è già successo.
Fatto sta che quest’ombrellino del cacchio mi si è rotto a due metri dalla metropolitana, a neanche 10 minuti di strada da dove l’avevo preso.
Maddddico.
Ero davvero tentata dal tornare indietro a protestare con l’ombrellaio.
Ma poi temevo la figuraccia da occidentale razzista: conoscendomi avrei fermato un tizio di colore a caso e avrei cominciato a lamentarmi, scoprendo dopo un quarto d’ora che questo era un avvocato francese in vacanza che passava di lì per caso.
 
E poi come glielo spiego che a me sembrano tutti uguali?

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